Loader

La maschera che indossiamo ogni giorno

La maschera che indossiamo ogni giorno

Ci sono giorni in cui sorridiamo senza essere felici.
Giorni in cui diciamo “va tutto bene” mentre dentro qualcosa si sta spegnendo lentamente.
Giorni in cui indossiamo una versione di noi stessi costruita per essere accettata, capita, amata, tollerata.
Ma a forza di indossarla, quella versione rischia di diventare così abituale da farci dimenticare chi siamo davvero.
La chiamiamo personalità, educazione, adattamento.
E spesso lo è.
Ma a volte è solo una maschera. A volte sono solo MASCHERE. Una struttura invisibile che costruiamo nel tempo per proteggerci dal giudizio, dal rifiuto, dalla paura di non essere abbastanza.
Il problema non è avere una maschera. Il problema nasce quando non riusciamo più a toglierla.


Chi siamo quando gli altri ci guardano?
Lo psicologo e sociologo Erving Goffman descriveva la vita sociale come una sorta di rappresentazione teatrale.
Secondo la sua teoria, ogni persona tende inconsapevolmente a “mettere in scena” differenti versioni di sé a seconda del contesto:

  • la persona che mostriamo al lavoro
  • quella che mostriamo ai nostri amici
  • quella che mostriamo ai figli
  • quella che mostriamo sui social
  • quella che mostriamo quando abbiamo paura

Cambiamo. Ci adattiamo. Moduliamo il linguaggio, la postura, il tono della voce.
È un processo naturale. Il cervello umano è costruito anche per la relazione e l’appartenenza. Le neuroscienze mostrano che l’esclusione sociale può attivare aree cerebrali associate al dolore fisico.
Per questo il bisogno di essere accettati non è superficialità, è biologia. Ma quando l’adattamento diventa rinuncia alla propria autenticità, qualcosa dentro inizia lentamente a consumarsi.

L’arte racconta la – le maschere da secoli
Gli artisti hanno sempre osservato questo fenomeno e se ne sono serviti per esprimersi: dalle maschere del teatro greco alle avanguardie contemporanee, il volto nascosto racconta una domanda che accompagna l’essere umano da millenni:

Ma chi siamo davvero?
L’arte non offre risposte, offre specchi. Ed è proprio qui che il Transriflessismo trova il proprio spazio.
Non nell’opera che viene guardata, ma nell’opera che restituisce uno sguardo.
Nel momento in cui osservando qualcosa iniziamo inconsapevolmente a osservare noi stessi.
Quando il riflesso diventa domanda. Quando la percezione diventa coscienza.

Una riflessione Transriflessista
Forse la libertà non è togliere tutte le maschere.
Forse la libertà è riconoscere quando le stiamo indossando.
Perché una maschera consapevole protegge. Una maschera inconsapevole imprigiona.

E allora:
“Chi sto mostrando agli altri?”
“Chi rimane quando nessuno mi guarda?”

“Lo specchio non ti cambia.
Ti mostra soltanto ciò che forse avevi smesso di vedere.”
Transriflessismo

Ancora nessun commento

Lascia il tuo commento